TONI RUTTIMANN PDF Stampa E-mail

  TONI RUTTIMANN: L’UOMO DEL PONTE

di Laura FERRETTI, Andrea MASULLO, Giulia VILLANI, Catello MASULLO

25 maggio 2009

 

 

Da sinistra : Sergio Poretti (In sostituzione di Vittorio Rocco, Preside di Ingegneria di Tor Vergata),  Fabrizio Vestroni, Preside della Facoltà di Ingegneria de La Sapienza, Toni Ruttimann, Fabrizio Di Amato, in rappresentanza della Feder Progetti e dell’Aminp, Braccio Oddi Baglioni, Presidente Oice

Foto di Catello Masullo 

Per iniziativa dell’Oice e dell’Animp, con il patrocinio della Università di Roma La Sapienza, di Roma Tre e Roma Tor Vergata, all’Aula 1 della Facoltà di Ingegneria di San Pietro in Vincoli, si è tenuto un incontro molto atteso con Toni Ruttimann, il cosiddetto “Uomo del ponte”.

Gli onori di casa sono stati fatti dal Prof. Fabrizio Vestroni, Preside di Ingegneria de La Sapienza, seguito dal Prof. Paolo Mele, suo omologo alla Facoltà di Ingegneria di Roma Tre, sottolineando che  il caso di Ruttimann, di chi realizza i propri sogni con le proprie mani, può essere un esempio per gli studenti. In sostituzione di Vittorio Rocco, Preside di Ingegneria di Tor Vergata, è intervenuto il Prof. Sergio Poretti . Il quale si è associato ai complimenti rivolti a Ruttimann, compiacendosi di vedere in una stessa aula tanti studenti delle tre facoltà di ingegneria di Roma.

 

 

Da sinistra : Paolo Mele, Preside della Facoltà di Ingegneria di Roma Tre, Sergio Poretti (In sostituzione di Vittorio Rocco, Preside di Ingegneria di Tor Vergata),  Fabrizio Vestroni, Preside della Facoltà di Ingegneria de La Sapienza, Toni Ruttimann.

Foto di Catello Masullo

L’Arch. Braccio Oddi Baglioni, Presidente Oice, ha sottolineato il fatto che è importante essersi ritrovati tutti insieme: tecnici, progettisti, professori di ingegneria e studenti.

“Ho visto Toni Ruttimann due anni fa, a Milano per la prima volta, e mi ha lasciato senza fiato. Mi ha fatto entusiasmare.

E’ un elemento poetico della nostra professione.”, ha dichiarato.

Fabrizio Di Amato, in rappresentanza della Feder Progetti e dell’Aminp, è intervenuto sottolineando il fatto che:

“Siamo considerati ad altissimo livello al mondo come società di ingegneria, per il gran lavoro svolto negli ultimi decenni. Siamo molto lieti di vedere tanti giovani intervenire a convegni come questo. Se un uomo solo riesce a fare certe cose, è di stimolo e di guida per tutti noi. A livello di internazionalizzazione, grazie a quello che abbiamo fatto e che saprete fare voi domani, l’ingegneria italiana potrà avere altri grandi successi a livello mondiale.”

 

 

Toni Ruttimann, “l’Uomo del Ponte”.

Foto di Catello Masullo

Toni Ruttimann ha finalmente svolto la sua letio magistralis, in uno splendido italiano.

“Questa non è una storia di ingegneria, ma una storia di amore, cominciata 22 anni fa in Equador, fino all’Asia dove lavoro adesso”, è stato il suo incipit. “Nell’87 ero un ragazzo che, a Sant Moritz, sciava tutti i giorni e finiva il ginnasio”, ha continuato il suo appassionante racconto. “Vidi in televisione le immagini di un terribile terremoto in Equador ed allora decisi, prima di andare all’università, di aiutare quelle popolazioni. Mi sono accorto cosa significava non avere ponti per attraversare i fiumi impetuosi di quella terra. Ho trovato un ingegnere idraulico olandese, sposato in Equador, ed insieme a lui ed alla gente del posto abbiamo costruito il primo ponte sospeso. Dopo sei mesi sono tornato in Svizzera ed ho cominciato a studiare ingegneria. Ogni giorno mi chiedevo se, dopo 5 anni di studi, avrei avuto ancora la forza e la voglia di tornare in Equador. Ho preso la decisione di dedicare la mia  vita a questa causa. E sono dunque tornato in Equador.

Tutto ciò che noi diamo scontato nella nostra vita può essere distrutto in pochi minuti, lasciandoci con la nostra tragedia!” è stata la amara constatazione di Ruttimann.

“Cerca quello che gli altri non usano più, chiedi e ti sarà dato”, la sua massima di vita. “Un ponte di 260 metri, può essere fatto a mani nude con scarti e cose regalate!.

Dopo due anni sono tornato in Svizzera ed ho raccontato quello che eravamo riusciti a fare. Allora mi hanno regalato due camion vecchi, una saldatrice e me li sono portati in Equador. Ho preso spunto dai petrolieri, quando fanno i loro ponti sospesi. Ho imparato a calcolare le catenarie. Non sono ancora ingegnere, ma so calcolare una catenaria. Non  ho imparato a saldare, lo ha sempre fatto qualcun altro per me. Poi ho cominciato a girare in Colombia ed in altri paesi, con l’amico saldatore Yanes e con i due camion. Come un circo insomma.

Amo i ponti, ma non per i ponti stessi. Piuttosto perché sono utili per evitare sofferenze. In tutti questi anni mi sono spostato per seguire le sofferenze, come nel caso dell’uragano Mitch nell’America Centrale. A Huston abbiamo avuto 150 tonnellate di tubi ed un cargo di Chiquita Banana, che tornava vuoto e che ci ha portato il materiale gratuitamente.  Abbiamo costruito 30 ponti in Honduras in un solo anno!

Niente è più convincente dell’esempio concreto.

Servono ancora tanti ponti in questo mondo, non d’acciaio, ma di amore!”, è stata la struggente conclusione della prima parte della sua lezione. Cui è seguita una suggestiva presentazione di immagini delle sue realizzazioni. Realizzata con grande semplicità, con il suo pc portatile. Ma di grandissimo effetto, anche emotivo. Aiutato dalle musiche che ha voluto regalargli per l’occasione uno dei più grandi compositori di musiche da film, Hans Zimmer, quello che ha firmato, per intenderci, le colonne sonore de “Il Gladiatore”, “Angeli e Demoni”, ecc.

Alla fine del filmato, ha poi continuato il suo racconto , da vero affabulatore: “In una rappresentazione in Svizzera, un signore cambogiano rifugiato mi ha detto che quei ponti erano proprio quello di cui avevano bisogno nel loro paese. Suo cugino era assistente del primo ministro e dopo due settimane eravamo in Cambogia. Il saldatore, che parlava solo spagnolo, era molto preoccupato. Lavorava con me da undici anni. Dopo tre giorni in Cambogia mi disse addio. Per me era una catastrofe. Io sono rimasto, vedendo la sofferenza di quella gente. Quello che sapevo della Cambogia era solo quello che avevo visto nel film Urla del Silenzio.

Ho visto le conseguenze dei grandi disastri dei terremoti, ma le tragedie più grandi sono causate dalle guerre. Non sono così ingenuo da pensare di fermare le guerre, ma solo di potermi impegnare per creare qualche contrappeso. Penso che l’amore può avere il suo peso e può dare risultati. Ciò che facciamo ha delle conseguenze. Quando partii per la prima volta mio padre mi disse: “tu pensi di poter fare qualcosa?”. Adesso anche lui si è convinto che era possibile.

Ho avuto la fortuna di trovare le persone giuste sul posto, che avevano vissuto la tragedia del loro popolo ed adesso costruiscono ponti per il loro popolo. Ci sono molti posti isolati, senza alcuna via di comunicazione.

Non si può combattere l’odio con l’odio; soltanto l’amore può aiutarci e deve essere costruito passo dopo passo, ogni giorno.

Nel 2002, il secondo anno che stavo in Cambogia, mi sono svegliato che non avevo forza in una mano. Dopo tre giorni ero completamente paralizzato e nessuno sapeva perché. Un dottore all’ospedale di Bangkok ha detto: “ho visto questa cosa una sola volta nella sua vita. E non c’è rimedio, bisogna aspettare che l’organismo ricostruisca il sistema nervoso e lo fa un millimetro al giorno. E’ una sindrome  dovuta al tipo di cibo che mangiavo in quel paese. Dovevo stare due anni a letto. Allora mi sono inventato come esercitare un controllo da remoto, per continuare a fare i ponti. Ho cominciato a pigiare sui tasti della tastiera con un bastoncino tenuto in bocca. Ho imparato al letto dell’ospedale come usare un programma come excell. Adesso mi mandano i dati e possono progettare il ponte in 10 minuti. Il sistema produce due pagine, di cui una per i saldatori, da fare nel linguaggio locale, ed un’altra con le istruzioni per i cavi.

I ponti sospesi si possono realizzare con poco materiale. Un ponte di 50 metri si fa con un giorno per gettare gli ancoraggi ed un giorno per il montaggio finale. Ci vogliono però almeno 50/60 persone per farlo. La mattina alle 5 le donne vanno al mercato guadando e quando tornano, al pomeriggio, vedono il ponte finito, che aspettavano da generazioni. Per la gente è sempre una festa. Realizzano il loro sogno.

Abbiamo realizzato 444 ponti in tutto il mondo, 285 in America Latina e 159 in Asia. Più di un milione di persone sono state servite. Ormai facciamo tutto tramite gli internet café.

Quando, dopo due anni in Tailandia, in ospedale, potevo di nuovo camminare, sono andato in Vietnam, per domandare se potevo aiutare anche lì.

Per i primi ponti abbiamo usato un tavolato di  legno per il piano di calpestio, ma non  sempre è facile trovarlo. Inoltre deve essere sostituito ogni 6/7 anni. Le acciaierie italiane ci hanno regalato centinaia di tonnellate di acciaio, per fare le piastre di calpestio, i tubi, ecc. Paolo Rocca è il donatore. I cavi vengono forniti dalla Svizzera, dato che lì cambiano spesso per la sicurezza delle loro funivie, mentre per noi sono nuovissimi. Abbiamo bisogno di 40 km di cavi ogni anno. E’ diventata una catena di aiuto.

Adesso stiamo lavorando in  Laos e Birmania”.

“Alzati e vai. Nessuno può vincere senza sbagliare mai. Non si può essere sensati senza essere stati insensati.” Sono i versi della canzone laotiana, che fa da colonna sonora allo spezzone di filmato relativo a quel paese.

“Mi dissero che sarebbe stato impossibile entrare in Birmania”, ha continuato a raccontare ad un pubblico di ingegneri, letteralmente incantati. “Ho dato poche pagine ad un generale di medio livello ed in pochi giorni è arrivato ai vertici. Non c’è stato problema. Il Governo mi ha dato treni e camion e la gente è felicissima che qualcuno è caduto dal cielo ad aiutarli. Mi dicono che sono generazioni che aspettano di fare quei ponti. Allora credo che è possibile aiutare. Anche quelli che sembrano impossibile da raggiungere.   

Ho fatto questo filmato ieri. E’ la prima volta che lo vedo sullo schermo grande. Ho scelto di mettere come musica di fondo una canzone d’amore birmana. Credo che non sappiamo molto di loro. Ci sono 55 milioni di birmani che ci vivono. Possiamo alleviare un po’ della loro sofferenza.

L’ultimo capitolo è una canzone di tre minuti, fatta per noi, che esprime tutto quello che vogliamo raccontare con questa storia dei ponti. “L’amore può costruire un ponte” canta Cher!”

 

 

Carlo Lotti . Si intravedono, alle sue spalle, da sinistra : Fabrizio Vestroni, Preside della Facoltà di Ingegneria de La Sapienza, Toni Ruttimann, Fabrizio Di Amato, in rappresentanza della Feder Progetti e dell’Aminp, Braccio Oddi Baglioni, Presidente Oice

Foto di Catello Masullo

Il Prof. Carlo Lotti, uno dei primi e più grandi pionieri della esportazione della ingegneria italiana nel mondo,  ha voluto dare, infine,  la sua testimonianza, ricordando un suo libretto dal titolo “Un barile d’acqua” e ricordando come per fare le grandi opere è necessario fare anche le piccole opere, a livello di villaggio.  “Ricordando il termine di medici scalzi, inventai quello di ingegneri scalzi, che non è una diminutio. Mossi, lui dice dall’amore, io dico dalla solidarietà. Lui è il prototipo dell’ingegnere scalzo”, ha detto riferendosi al protagonista della giornata, Toni Ruttimann, “dotato di solidarietà e ingegnosità che sono le due doti fondamentali!”, è stata la degna conclusione , da parte del Prof. Lotti, di una giornata veramente magica. Grazie di esistere Toni Ruttimann! Se non ci fossi, bisognerebbe inventarti!


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