CANNES ALL’INSEGUIMENTO DI VENEZIA E ROMA, di Catello Masullo PDF Stampa E-mail

CANNES ALL’INSEGUIMENTO DI VENEZIA E ROMA

Catello Masullo

 

Il Festival di Cannes e’ stato per decenni il numero uno al mondo. Per la qualità della selezione, per il glamour delle star di prima grandezza che si e’ sempre assicurate, per la parallela capacità di incidere sul mercato del cinema. Grazie soprattutto ad una eccellente organizzazione. Mantenuta per anni ai più alti livelli. Evitando avvicendamenti frequenti dei vertici artistici e manageriali, che e’ stato il tallone di Achille dei festival concorrenti. Negli ultimi anni, però, la Croixette si e’ appannata. Ed e’ stata superata di slancio dalla più antica Mostra di Venezia ed anche dalla Festa di Roma, grazie sopratutto alla altissima qualità della selezione operata dai nostri festival sotto la guida artistica brillante ed illuminata di Alberto Barbera a Venezia e Antonio Monda a Roma.

E quindi Cannes, negli ultimi anni, ha un po’ arrancato. All’inseguimento di Venezia a Roma, piuttosto che fare la lepre come nei decenni precedenti. E’ presto per dire che anche questo anno sarà così. Però, la generale qualità dei film proposti a Cannes non sembra altissima. Ed anche i film premiati non sono apparsi ne’ irresistibili, ne’ i migliori.

La Palma d’Oro e’ stata attribuita a “Parasite” (Gisaengchung), del coreano Bong Joon Ho, che propone temi per nulla banali sulle disparità di classe e di culture, sulle guerre tra poveri. E lo fa con una ironia davvero ragguardevole.

Il Premio della Giuria (ex-aequo) a “Les Misérables”, del’esordiente giovane Ladj Ly, originario del Mali, che fornisce uno spaccato delle banlieue parigine molto vivido, palpitante e vero. Con un caleidoscopio di varie disperazioni, coniugate in mille sfumature.

Ho trovato invece ingiustificato il premio per la migliore sceneggiatura a “Portrait de la jeune fille en feu”, di Céline Sciamma, che, se ha una prima parte di un discreto fascino visivo, ha una seconda parte estenuante. Alla ricerca di un finale che appare sempre più irraggiungibile. Anche la messa in scena appare affetta da un voyeurismo ed estetismo che toglie qualità cinematografica.

Analogamente inaspettato il premio per miglior regia a “The Wild Goose Lake (Nan Fang Che Zhan De Ju Hu)”, di Yi Nan Diao, con una dilatazione dei tempi, una liquidità della messa in scena, che sposta il centro della scena in modo che appare spesso poco giustificato, e che smarriscono la attenzione dello spettatore. Il bene più prezioso per un film. Cedendo al nemico più insidioso per un film : la noia.

Ed anche il vincitore della prestigiosa sezione Un Certain Regard , “The Invisible Life (A Vida Invisível de Eurídice Gusmão)” non mi ha convinto. Un film sopravvalutato. Molto carnale e fisico. Ma due ore e 25 minuti per un solo, unico, seppur intenso, momento di commozione, mi sembrano francamente troppe.

Più convincenti i riconoscimenti attribuiti a “Dolor y Gloria”, di Pedro Almodóvar, premio per la migliore interpretazione maschile ad Antonio Banderas, forse alla sua migliore prova di sempre. Un film dalle  sublimi atmosfere tra il crepuscolare ed il proustiano. Con un finale stupendo. Che sa suscitare emozioni di grande intensità. Ed a “It Must Be Heaven”, di Elia Suleiman, MENZIONE SPECIALE E - PREMIO FIPRESCI, per un film irresistibile. Ogni inquadratura e’ un capolavoro di sublime ironia. Con al centro quasi sempre il protagonista. Enigmatico. Sempre con il cappello. Con espressioni del viso e linguaggio del corpo da grande attore. Ed il Premio LABEL EUROPA CINEMAS ad “Alice et le Maire” di Nicolas Pariser, un film che propone non banali riflessioni sul progresso e la crescita infinita. E sulla crisi delle idee di sinistra. Ed ancora sulla perdita di principi morali che caratterizza le società sviluppate. Con un istrione fantastico come Fabrice Lucini.


Alcuni film mi sono poi sembrati francamente indegni di un Festival del prestigio di quello di Cannes, come  Yves” , di Benoît Forgeard. Un film insulso, volgare, ammiccante. Senza arte ne’ parte.

Ed anche un grande come Werner Herzog, con “Family Romance”, pur costruendo un film intrigante, dagli spiccati contenuti filosofici, che ci interrogano sul concetto di realtà e di finzione, porta a Cannes un film poco scorrevole, i cui 89 minuti di durata vengono percepiti come interminabili.

Di ben altro spessore il film d’apertura, “I morti non muoiono (The Dead Don't Die)”, di Jim Jarmusch, il miglior film di zombi dopo Romero. Sicuramente il più esilarante ed originale. “Il traditore”, di Marco Bellocchio, che gira con disinvolta maestria e riesce ad ottenere il meglio da attori formidabili. Tutti. “Sorry We Missed You”, di Ken Loach, ancora un film di indiscutibile e sempre condivisibile impegno civile. Una costruzione ansiogena, che attanaglia lo spettatore. Che si aspetta da un fotogramma all’altro un evento catastrofico. Con un groppo alla gola progressivo, che ti lascia alla fine senza fiato.

 
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