TIME WARP – Il tempo ritorto – di Roberto Vacca PDF Stampa E-mail

TIME WARP – Il tempo ritorto – di  Roberto Vacca, L’OROLOGIO, 4/3/2020

 

Circa  600 anni fa in Inghilterra si cominciò a usare il verbo “to warp” nel senso di “torcere fino a deformare”.  La radice è la stessa del tedesco “werfen” = gettare. Pare che il significato della parola implicasse l’idea di rotare (torcere) il braccio per poi lasciar andare  un oggetto e lanciarlo. Ho cercato altri contesti in cui appare, partendo da quelli connessi col tempo. Ecco quel che ho trovato.

 


La parola inglese “warp” indica l’ordito – l’insieme dei fili predisposti verticalmente in un telaio per poi essere intrecciati con il filo orizzontale della trama (in inglese: “woof” o “weft”) a formare un tessuto.

 

Parecchi decenni fa Isaac Asimov e altri scrittori di fantascienza cominciarono a usare l’espressione “timewarp” per indicare un salto nel tempo passato o futuro di ore, anni o secoli. L’idea dei viaggi nel tempo aveva ispirato H.G. Wells a scrivere il romanzo “La Macchina del Tempo” (1895). Ebbe molti epigoni: uno dei migliori era John Wyndham. Il tema  fu ripreso dalle serie televisive  Star Trek  in numerosi episodi e stagioni, in cui i personaggi oltre a viaggiare nel tempo esploravano mondi lontani migliaia di anni-luce.

Nel musical Rocky Horror  Show (1973) i personaggi ballano un loro  time warp e prediligono travestimenti e trans-sessualità.

Time Warp ha dato il nome anche a un festival di musica elettronica e ballo che si tiene annualmente a Mannheim dal 1994. È  un rave party molto  frequentato che si svolge in un gigantesco capannone industriale abbandonato. I raver fanno spesso uso di ecstasy. Chiamano  timewarp anche il loro ballo: un salto a sinistra, un passo a destra, mani sui fianchi, ginocchi piegati, spinta pelvica, un giro su se stessi, salto avanti e indietro, ancheggiamento.

Si  chiama  Timewarp anche un software per la  realtà  virtuale che serve a ridurre la latenza delle immagini quando l’utente ruota la testa. Il software modifica la geometria dell’immagine nella direzione della rotazione in corso e riproietta la frame già usata prima  di inviarla al visore della cuffia. Così la transizione delle immagini è priva della discontinuità detta “judder” (sussulto) – termine che viene usato anche per descrivere vibrazioni indesiderate di strutture meccaniche.

Warpdrive è un sistema di propulsione descritto in libri di fantascienza, capace di accelerare particelle fino a velocità maggiore di quella della luce – una impossibilità secondo la teoria della relatività  di Einstein. “Warpdrive” è stato tradotto poco  felicemente da alcuni con “motore  a curvatura”!

Il termine, però, è usato anche nella tecnologia digitale  corrente per indicare unità di memoria digitale allo stato solido – pennette leggere, resistentissime, impermeabili, che si connettono con USB a telefoni, personal computer, tablet, macchine  fotografiche, telecamere. Hanno capacità di molti TeraByte e velocità fino a 1 GigaByte al secondo.

“Warp” si usa anche in marineria per indicare in vari  contesti rotte o traiettorie curve. “Warping” [in italiano ”tonneggiamento”]  era la manovra che si usava per muovere  un’imbarcazione a vela in assenza totale di vento. Consisteva nel tirare a bordo un cavo connesso alla terraferma a una boa o a un’ancora previamente lanciata e solidale con il fondo.

Come accade sempre più frequentemente con neologismi tecnologici, anche nel caso di “timewarp” e di ”warpdrive” la fortuna dell’espressione ha avuto per conseguenza che venga adoperata per riferirsi a oggetti o a processi del tutto diversi gli uni dagli altri. Per fortuna informatici, appassionati di fantascienza, navigatori coltivano campi di interesse  distinti, per cui è improbabile che si generino confusioni e malintesi.

Altra parola  inglese usata spesso in modo inappropriato , è “smart”. Con gli smartphone  possiamo eseguire rapidamente operazioni e ricerche molto utili, però riceviamo anche messaggi fuorvianti, banali, offensivi. Definire smart una città, un’azienda, uno strumento, una procedura non ne dimostra certo a l’“intelligenza”.

 

Queste  considerazioni linguistiche  e semantiche dovrebbero indurci  a  evitare l’adozione  di termini brevi,  in genere inglesi,  per designare tanti significati diversi. È inevitabile  inventare neologismi quando trattiamo  oggetti, sostanze  o processi che prima non esistevano. È meglio, però, esercitare la fantasia e individuare parole ancora mai usate, formulare definizioni chiare – e ricordarle spesso al pubblico.

 
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