Te lo meriti il cinema italiano!

In un recente film l’attore lucano Papaleo riproduce una scena destinata ad entrare nella storia del cinema italiano. L‘episodio è quello dell’avventore del bar interpretato da Nanni Moretti che grida ad un cristiano di passaggio “Te lo meriti Alberto Sordi”, con la differenza che questa volta è l’attore lucano a gridare “Te lo meriti Nanni Moretti” …

Q quasi quarant’anni di distanza la storia si è ripetuta, questa volta magari da un’angolatura completamente diversa ma che sostanzialmente sta a significare che se da una parte il grande cinema italiano è ormai decaduto, dall’altra parte dopo la scomparsa dei “mostri sacri” della commedia all’italiana, pare non ci resta da avere a che fare che con “cinepanettoni” e fiction gomorroidi.

La domanda sorge spontanea: “Qual’è lo stato di salute del cinema italiano?” Difficile rispondere senza per questo ipotizzare che si possa evitare critiche proprio al sistema stesso che genera produttività.

In un recente film l’attore lucano Papaleo riproduce una scena destinata ad entrare nella storia del cinema italiano. L‘episodio è quello dell’avventore del bar interpretato da Nanni Moretti che grida ad un cristiano di passaggio “Te lo meriti Alberto Sordi”, con la differenza che questa volta è l’attore lucano a gridare “Te lo meriti Nanni Moretti” …

Q quasi quarant’anni di distanza la storia si è ripetuta, questa volta magari da un’angolatura completamente diversa ma che sostanzialmente sta a significare che se da una parte il grande cinema italiano è ormai decaduto, dall’altra parte dopo la scomparsa dei “mostri sacri” della commedia all’italiana, pare non ci resta da avere a che fare che con “cinepanettoni” e fiction gomorroidi.

La domanda sorge spontanea: “Qual’è lo stato di salute del cinema italiano?” Difficile rispondere senza per questo ipotizzare che si possa evitare critiche proprio al sistema stesso che genera produttività.

Per scrivere soggetti e per farseli approvare tante volte è richiesto l’abbinamento di nomi celebri che diano di per sé garanzie, a parte qualche grande produttore, gli altri si affannano per utilizzare le provvidenze di legge e i finanziamenti a fondo perduto … Insomma sembrerebbe che nel settore cinematografico, in pochi abbiano conservato il gusto del rischio e della ricerca per un cinema di qualità che poi abbia anche un ritorno di botteghino.

Paolo Mereghetti, giornalista e critico cinematografico, autore anche del famoso Il Mereghetti. Dizionario dei film. È pronto a sostenere che: “Ogni anno il Ministero dello spettacolo ci offre le sue statistiche e, tanto per citare il 2015 risulterebbero prodotti ben 185 lungometraggi italiani, anche se una quarantina non avrebbero fatto la denuncia di inizio lavorazione alla Direzione generale del cinema: in soldoni, si sarebbe trattato di opere più o meno dilettantesche e amatoriali che non rientrano nei parametri ufficiali e relativi contributi o riconoscimenti vari. Restano comunque 135 film “prodotti al 100% con capitali italiani o in coproduzione maggioritaria o paritaria”, il che è comunque un bel numero. E di questi, ben 29 – sono sempre dati ufficiali – superavano i tre milioni e mezzo di costi di produzione; anzi, a far la media tra tutti i componenti di questa top class, il costo medio di quei 29 film sarebbe intorno ai 5 milioni e 750 mila euro. Ognuno. Il problema è che se poi si guardano le classifiche degli incassi, ci si accorge che nel 2015, l’ultimo anno di cui si hanno dati certi, solo cinque di quei 29 film hanno incassato più del costo medio di produzione. E se invece degli euro contiamo il numero di biglietti venduti, solo tre – diconsi tre – superano il milione di spettatori. Tanto per fare i nomi, si tratta di Si accettano miracoli (2.353.256 spettatori), Natale col boss (1.121.294) e Vacanze ai Caraibi (1.085.099). Praticamente tre “cinepanettoni”.

Rispondere alla domanda risulta allora ancora più complicato – continua Mereghetti - anche a voler affrontare l’argomento come un “problema da risolvere” e non solo un tema da svolgere. Un cinema nazionale prevedrebbe un pubblico nazionale, una cultura nazionale, un’ambizione nazionale, tutte cose che in Italia sembrano se non sparite almeno introvabili. Non esiste una lingua comune con cui declinare argomenti diversi, così come non esiste un orizzonte condiviso verso cui tendere (parliamo del minimo: un’idea di cinema che abbia almeno l’orgoglio della propria specificità stilistica, un’ipotesi di pubblico non solo beceramente schiavo di barzellette e smorfie, un’ambizione d’autore che voglia andare oltre i limiti della propria autogratificazione). Esiste piuttosto un unico, addormentato pantano di giustificazioni e scuse dove ognuno è pronto a gettare sugli altri le responsabilità di questo fallimento collettivo: è colpa della produzione che non ci crede, della distribuzione che boicotta, degli esercenti che smontano, della critica che non capisce, come un bambino scoperto a dire una bugia che cerca di inventarsi mille giustificazioni e trovare cento altri corresponsabili. Perché che il cinema italiano sia in una situazione di gravissima crisi, nonostante gli occasionali squilli di vittoria, mi sembra affermazione che non teme smentita alcuna: negli ultimi dieci anni, dal 2006 al 2015, le presenze al cinema sono state capaci di superare (di poco) il “muro” dei 100 milioni solo tre volte (nel 2007, 2010 e 2011, sempre per merito della forza attrattiva del cinema hollywoodiano) finendo poi tragicamente al di sotto di una linea che è la metà – esatto: la metà – di quanto fa registrare il cinema in Francia (che pure ha pressappoco i nostri stessi abitanti) e comunque meno di Spagna, Germania o Gran Bretagna. E nemmeno nel 2016 le cose andranno meglio perché nonostante gli exploit (di presenze e incassi s’intende) di Quo Vado? e di Perfetti sconosciuti, il resto dell’anno è tornato a brillare per i suoi scarsi risultati al box office. E tacciamo sul piano della qualità…

Il bello, o l’assurdo, è che nonostante questa situazione preagonica, tutti si intestardiscono a offrire sempre il medesimo prodotto, incapaci di imparare quello che la televisione, persino quella italiana, ha finito per capire sulla propria pelle, e cioè che il pubblico vuole variare il menù, stanco di trovarsi davanti sempre le stesse facce e le stesse storie. Al cinema invece, la produzione mainstream sembra incapace di rinnovarsi e ripete all’infinito lo stesso canovaccio, quello di una commedia di costume che non ha più niente del “costume” ma nemmeno della commedia, per rifugiarsi nella riproposizione delle prevedibili macchiette e delle scontate battute che dovrebbero identificare questo o quel protagonista.

Se il genere è quell’artificio narrativo che permette al pubblico di scegliere in anticipo lo spettacolo che predilige, l’intestardirsi continuo sulla commedia ha finito per rovesciare il meccanismo e condizionare la disponibilità dello spettatore, come a ingessare le sue papille “cerebrali”: solo un gusto, sempre quello, sempre più diluito e slavato. Finendo per arrivare alla riproposizione meccanica di ruoli e facce: sempre le stesse, sempre più bolse e stanche, gommose e appiccicose, sempre più invadenti e sempre più intercambiabili, senza nessuna distinzione tra cinema e televisione, dove l’effetto trascinamento (se faccio ridere in tv, lo faccio anche al cinema) diventa invece un effetto saturazione. Per questo, appena arriva un film che non cerca di assomigliare a una commedia, si finisce per essere a priori contenti e di manica larga. Sembra finalmente di aver intravisto un piccolo raggio di sole, l’inizio di una possibile rinascita. E pazienza se poi le speranze sono destinate a naufragare, se narcisismo e velleità soffocano i (buoni) propositi: non si può vivere senza speranze e così finiamo ogni volta per abbassare l’asticella del rigore e dispensare sorrisi e complimenti in quantità superiore al necessario e al giusto.

Resterebbe l’indignazione, il rigore minoritario, ma anche di quello si finisce per dubitare perché troppo debitore di un mondo diviso tra i buoni e i cattivi dove però le linee di confine finiscono per variare a secondo delle convenienze e delle alleanze (a cominciare da un’idea di cinema dove non sempre il rigore finisce per andare d’accordo con il bisogno di confrontarsi con il mondo che ci circonda ma aderisce piuttosto alle proprie sterili ambizioni d’autore).

Per questo penso che un cinema italiano possibile passi attraverso quei registi e quei film che si sforzano di gettare un ponte tra il proprio mondo poetico e quello – spesso molto più prosaico – dello spettatore. Che vogliano instaurare un dialogo e non solo leggere un proclama o fare un comizio, pur nell’assoluto rispetto dei propri percorsi espressivi. Per questo non penso che basti fare un “documentario” – conclude Mereghetti - per essere riusciti a entrare in rapporto con il mondo reale né che sia sufficiente evitare le trappole del “mercato” per appiccicarsi una medaglietta al petto. Troppo spesso queste due strade, che si congiungono in un’autoassoluzione che sa molto di gratificazione, trovano il loro collante nel rifiuto tout court dell’esistente, senza però trovare un sincero rigore morale a sostenerle e tantomeno uno sbocco alternativo credibile e percorribile.