Mostra del Cinema di VENEZIA 2016: VALUTAZIONI

Mostra del Cinema di Venezia 2016

Valutazioni critiche minime di Catello Masullo

 

 

Indice

LA LA LAND - Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile. 2

NE GLEDAJ MI U PIJAT - QUIT STARING AT MY PLATE. 2

THE WAR SHOW.. 2

THE LIGHT BETWEEN OCEANS. 2

I CALLED HIM MORGAN. 2

LES BEAUX JOURS D’ARANJUEZ (3D) 3

SEED - WOMEN'S TALES #11. 3

THAT ONE DAY - WOMEN'S TALES #12. 3

HOUNDS OF LOVE. 3

EL CRISTO CIEGO.. 4

AMERICAN ANARCHIST. 4

NOCTURNAL ANIMALSPremio speciale della giuria. 4

DIE EINSIEDLER. 4

FRANTZ - Premio Marcello Mastroianni 5

SAFARI 5

THE YOUNG POPE (EPISODI I E II) 5

LA SOLEDAD.. 6

RÉPARER LES VIVANTS. 6

IL PIÙ GRANDE SOGNO.. 6

HACKSAW RIDGE. 6

UNA HERMANA. 7

JESUS VR – THE STORY OF CHRIST. 7

LA REGIÓN SALVAJELeone d’argento per la miglior regia. 7

MONTE. 7

PIUMA. 7

DAWSON CITY: FROZEN TIME. 8

UNE VIE. 8

ASSALTO AL CIELO.. 8

THE BAD BATCH - Premio speciale della giuria. 9

KÉKSZAKÁLLÚ. 9

VOYAGE OF TIME: LIFE’S JOURNEY. 9

JACKIE - Miglior sceneggiatura. 10

LIBERAMI 10

GUKOROKU (GUKOROKU – TRACES OF SIN) 10

PLANETARIUM.. 10

THE JOURNEY. 10

QUESTI GIORNI 11

RAI (PARADISE)Leone d’argento per la miglior regia. 11

ANG BABAENG HUMAYO (THE WOMAN WHO LEFT) - Leone d’oro per il miglior film.. 11

NA MLIJEČNOM PUTU (ON THE MILKY ROAD) 11

À JAMAIS. 12

KU QIAN. 12

 

 

Rif. n. 126-16

LA LA LAND - Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile

di Damien Chazelle (Usa, 127’, v.o. inglese s/t italiano)

con Ryan Gosling, Emma Stone, John Legend, J. K. Simmons, Finn Wittrock

La Mostra parte a tavoletta con un film spumeggiante, romantico, struggente ed anche originale. Perché rivisita un genere tradizionale, come il musical, in chiave assolutamente moderna. Che potrà accattivare anche i giovani. La scena iniziale, sulla tangenziale sopraelevata, è assolutamente da antologia. Strepitosa, indimenticabile. Segnata da un fragoroso applauso a scena aperta alla anteprima stampa delle 8.30. Cosa abbastanza rara. Originale anche perché non ha la struttura tradizionale con l’happy end. Ma un riferimento più concreto alla realtà. Dove non sempre i sogni si realizzano interamente come nella fantasia. Ma la malinconia è comunque stemperata dal fatto che i protagonisti innamorati, rivedendosi dopo anni, stanno comunque meglio dopo essersi rivisti. Valorizzando, con un solo sguardo, i bei momenti passati assieme. Coreografie e musiche da Oscar. Interpreti stellari. Ancora una volta Barbera fa la scelta giusta e soffia a Toronto una bella gemma. Che si prenota certamente nominations prestigiose. Da non perdere.

Valutazione sintetica : 8

 

Rif. n. 127-16

NE GLEDAJ MI U PIJAT - QUIT STARING AT MY PLATE

di Hana Jušić (Croazia, Danimarca, 105’, v.o. croato s/t inglese/italiano)

con Mia Petričević, Nikša Butijer, Arijana Čulina, Zlatko Burić

Film inutilmente punitivo dello spettatore improvvido. Che mette in scena lo squallore di una famiglia di persone inaridite ed incattivite da una vita grama. Con stile di grande rigore, senza o con poche musiche aggiunte, con gesti di quotidianità ripetuti fino allo sfinimento. Da dimenticare

Valutazione sintetica : 5

 

Rif. n. 159-16

THE WAR SHOW

di Andreas Dalsgaard, Obaidah Zytoon (Danimarca, Finlandia, Siria, 100’, v.o. arabo s/t inglese/italiano)

Documentario di straordinario valore. Cominciato nel 2011 tra amici un po’ per gioco. Con una sola telecamera da passare tra i vari operatori per mostrare i vari punti di vista. Si è totalmente trasformato nel percorso. Ed è diventato il film che si incarna in una serie di giovani siriani che sono scesi in piazza per protestare contro il regime 40-ennale degli Assad, che si è macchiato di torture, omicidi, esecuzioni sommarie di prigionieri e tante altre nefandezze. Molti dei protagonisti sono purtroppo stati uccisi. E vedere le loro storie facce da vivi, entusiasti ed allegri accanto a quelle da morti e martoriati è una vera e grande emozione. È un film dal di dentro. Che si sforza di capire, prima ancora di mostrare. Le molte ore di girato sono state organizzate in modo virtuosamente frammentario. Ne esce un quadro vivido e forse unico di questa strana guerra civile che ha fatto già mezzo milione di morti nella quasi indifferenza del mondo. Piuttosto miope, dal momento che la crisi siriana potrebbe diventare una crisi globale. Da non perdere.

Valutazione sintetica : 7.5

 

Rif. n. 128-16

THE LIGHT BETWEEN OCEANS

di Derek Cianfrance (Usa, Australia, Nuova Zelanda, 133’, v.o. inglese s/t italiano)

con Michael Fassbender, Alicia Vikander, Rachel Weisz, Emily Barclay

“Delitto, Castigo e Perdono”, potrebbe essere il sottotitolo di questo film. Perché a forti echi dostoeschiani si associano quelli dell’etica cristiana del perdono. Il film è realizzato con diligente maestria. Quasi una esercitazione calligrafica. Affronta temi non banali e tutt’ora attuali, come il desiderio di maternità, l’etica, il senso del dovere. E può vantare al proprio arco due frecce di capitale luminescenza, quali i pluripremiati Michael Fassbender, Alicia Vikander. I quali danno il meglio di sé. E non è poco. Valgono da soli il prezzo del biglietto. Musiche suadenti e suggestive del grande Alexandre Desplat. Forse tanti mezzi avrebbero potuto essere meglio impiegati.

Valutazione sintetica : 6.5

 

Rif. n. 129-16

I CALLED HIM MORGAN

di Kasper Collin (Svezia, Usa, 92’, v.o. inglese s/t italiano)

Documentario di impostazione classica. Con tante interviste ai conoscenti del grande trombettista e compositore jazz Lee Morgan. Con una struttura drammaturgica da thriller. Che fornisce man mano le tante tessere per comporre il puzzle. Fino allo svelamento della fine del protagonista. E forse sarebbe stato ancora più efficace se avesse coinciso anche con il finale del film. Che invece si protrae oltre questo colpo di scena, diluendone così la forza. È però strepitosa la colonna sonora con i brani unici ed irresistibili nelle esecuzioni originali del protagonista. Da non perdere per gli appassionati di jazz.

Valutazione sintetica : 6.5

 

Rif. n. 130-16

LES BEAUX JOURS D’ARANJUEZ (3D)

di Wim Wenders (Francia, Germania, 97’, v.o. francese s/t italiano)

con Reda Kateb, Sophie Semin, Jens Harzer, Nick Cave

Wim Wenders non appare migliorare con l’invecchiamento, come accade invece ai grandi vini. Porta questa volta sullo schermo un testo teatrale di Peter Handke. Scegliendo una location strepitosa. Una collina che domina Parigi da lontano, nella casa che fu dimora di Sarah Bernard. Dove si sente solo il fruscio del vento. In pratica solo tre protagonisti. Uno scrittore alla macchina da scrivere. E un uomo ed una donna che discutono in giardino, materializzando le fantasie dello scrittore. Il tema fondamentale è quello della comunicazione, o meglio della incomunicabilità tra uomo e donna. I dialoghi sono alti, filosofici, aulici. A tratti psicanalitici. Recitati con lunghi monologhi. Il tutto ripreso in 3D per dare maggiore inclusione agli spettatori nella scena paradisiaca. Un testo eccellente per una rappresentazione teatrale. Buono per un radiodramma. Ma noiosamente statico, cerebrale e verboso per il grande schermo. A volte verrebbe la voglia di ricordare il significato epistemologico, o anche solo meramente etimologico della parola “cinema”, che deriva da “movimento”.

Curiosità : ad un certo punto lo stesso scrittore se ne va ed abbandona i due al loro certamen filosofico. Probabilmente annoiato a sua volta, come gli spettatori, che lasciano la sala con regolarità impressionante durante tutta la durata del film.

Valutazione sintetica : 5

 

Rif. n. 131-16

SEED - WOMEN'S TALES #11

di Naomi Kawase (Giappone, Italia, 9’, v.o. giapponese s/t inglese/italiano)

con Sakura Ando, Jiji Boo, Wakato Kanematsu

Film di rara eleganza formale e di grande leggerezza. Con formidabili suggestioni visive e sonore.

Valutazione sintetica : 8

 

Rif. n. 160-16

THAT ONE DAY - WOMEN'S TALES #12

di Crystal Moselle (Italia, Usa, Gran Bretagna, 13’, v.o. inglese s/t italiano)

con Rachelle Martinez, Nina Moran, Ardelia Lovelace, Ajani Russell, Jules Lorenzo, Brenn Lorenzo, Kabrina Adams, Amber Coffman

Interessante gioco di skaters al femminile. Con qualche eccesso nella ricerca estetizzante della immagine. E una colonna sonora molestamente tronitruante.

Valutazione sintetica : 7

 

Rif. n. 161-16

HOUNDS OF LOVE

di Ben Young (Australia, 109’, v.o. inglese s/t italiano)

con Emma Booth, Ashleigh Cummings, Stephen Curry, Susie Porter

Gli australiani confermano una eccellente scuola nei film di genere thriller-horror-noir-splatter. Anche il giovane Bel Young fa tesoro dei formidabili precedenti e realizza con maestria e sicurezza il film. Costruendo ad arte le atmosfere inquietanti. Sottolineandole con dei rallenti delle scene di vita urbana quasi a sospenderne il tempo ed il realismo. Confezione inappuntabile. Interpreti credibili ed adeguati. Da non perdere per i cultori del genere.

Valutazione sintetica : 7.5

 

Rif. n. 132-16

EL CRISTO CIEGO

di Christopher Murray (Cile, Francia, 85’, v.o. spagnolo s/t inglese/italiano)

con Michael Silva, Bastian Inostroza, Ana Maria Henriquez, Mauricio Pinto

Opera di esordio del cileno Christopher Murray. Che ha fatto tesoro delle sue esperienze documentaristiche. Scegliendo una location davvero suggestiva : un deserto ricco di risorse minerarie che però in nulla hanno migliorato il tenore di vita delle popolazioni del posto, che sono tra le più disagiate e dimenticate del mondo. Lunghi mesi di preparazione e di coinvolgimento delle comunità locali. Chiamate, per una volta, non a fornire poco pagate comparse, ma addirittura i protagonisti. Sono infatti attori non professionisti ad interagire con il protagonista. E sono genuini molti dei dialoghi, che hanno portato l’autore a riscrivere più volte la sceneggiatura per inserire tali dialoghi spontanei. Come tutte le parabole, che sono racconti di vita reale, effettuati dai veri protagonisti dei fatti stessi. Il film è rigoroso, poetico, suggestivo, anti-spettacolare. Una sorta di manifesto politico, con metafore di grande potenza. E con una acuta analisi di come la fede profonda ed autentica possa ridare una dignità a popolazioni alle quali il sistema capitalistico ha negato.

Valutazione sintetica : 7

 

Rif. n. 133-16

AMERICAN ANARCHIST

di Charlie Siskel (Usa, 80’, v.o. inglese s/t italiano)

Strepitoso documentario di Charlie Siskel . che è riuscito dove molti prima di lui avevano fallito. Convincere William Powell, autore nel 1970, quando aveva soli 19 anni di un libro culto “The Anarchist Cookbook”, a rilasciare una lunga intervista filmata. Un libro stampato in almeno 2 milioni di copie e che è stato per decenni il manuale dei gruppi antagonisti anti-potere, dei terroristi e degli spostati di ogni genere che si volessero costruire in cucina ordigni esplosivi ed armi di distruzione di massa. Le cui “ricette” Powell aveva raccolto da documenti pubblici , liberamente disponibili in biblioteca. Notizie di provenienza soprattutto da manuali militari, ma anche di documenti di gruppi estremisti. Il concetto dell’autore era che militari ed estremisti possedevano queste informazioni e le usavano ed allora era giusto condividerle con il grande pubblico. Già alla conferenza stampa di presentazione del libro Powell cominciò a rendersi conto della pericolosità della operazione che aveva fatto. Anche se nel suo libro aveva scritto letteralmente “non adatto a ragazzini ed a coglioni”, è proprio tra questi ultimi che è andato a ruba. Ed è stato ritrovato nelle biblioteche di tutti i terroristi e fuori di testa che sino sono resi protagonisti negli anni successivi di gesti clamorosi, come la strage nella scuola di Columbine, come sottolineava specificamente Michael Moore nel celeberrimo documentario sulla terribile strage. Questo film ci restituisce un uomo totalmente diverso dal quel 19enne ribelle. Che ha sconfessato il suo libro e ne ha chiesto la cancellazione. E che è stato perseguitato in tutta la sua vita da quella pubblicazione. Il film è molto sapiente ed ironico nelle sua tragicità. Formidabili le pause di imbarazzo di Powell nel rispondere alle ficcanti domande del regista, che aprono e chiudono il film, come in un ideale palindromo. Da non perdere.

Valutazione sintetica : 8

 

Rif. n. 134-16

NOCTURNAL ANIMALS – Premio speciale della giuria

di Tom Ford (Usa, 115’, v.o. inglese s/t italiano)

con Jake Gyllenhaal, Amy Adams, Michael Shannon, Aaron Taylor-Johnson, Isla Fisher, Laura Linney

Tom Ford si conferma autore e regista di grande talento. Non solo per la riconosciuta visionarietà. Per la ricerca artistica di composizione della inquadratura (i corpi delle due donne stuprate ed uccise su un divano di velluto rosso in pieno deserto è un fotogramma da antologia). Ma anche per la sapiente costruzione del plot. Per la direzione degli attori, in grandissimo spolvero. Per le invenzioni cinematografiche. Per i vari livelli di lettura possibili dell’opera (raffinata la coniugazione del celeberrimo detto secondo il quale la vendetta va servita fredda, a distanza di 20 anni nella specie). Assolutamente da non perdere.

Valutazione sintetica : 7.5/8

 

Rif. n. 135-16

DIE EINSIEDLER

di Ronny Trocker (Germania, Austria, 110’, v.o. tedesco s/t inglese/italiano)

con Andreas Lust, Ingrid Burkhard, Orsi Toth

Opera di esordio del bolzanino Ronny Trocker, con un lungo passato da documentarista. Che ha voluto ambientare questa storia nelle sue terre montane dei masi dell’Alto Adige. Lavorando con il suo solito metodo : due anni in quelle terre per assimilarne la storia, i costumi, le millenarie usanze. Per far assumere agli attori le influenze dialettali di questi posti splendidi ed ostici. Stile molto rigoroso ed antispettacolare. Nessun a musica aggiunta. Maniacale cura della presa diretta dei rumori ambientali. Eppure coinvolgente e fascinoso e straordinario documento antropologico.

Valutazione sintetica : 6.5/7

 

Rif. n. 136-16

FRANTZ - Premio Marcello Mastroianni

di François Ozon (Francia, Germania, 113’, v.o. francese/tedesco s/t inglese/italiano)

con Pierre Niney, Paula Beer, Marie Gruber, Ernst Stötzner, Cyrielle Claire

In una delle bellissime liriche di Fabrizio De André, “La Guerra di Piero”, si narra di due giovani soldati impauriti, che si incontrano sul campo di battaglia, sono del medesimo umore, ma con la divisa di diverso colore. Uno dei due esita a sparare, perché non vuole vedere gli occhi di un uomo che muore. L’altro si volta, lo vede, ha paura, ed imbracciata l’artiglieria non gli ricambia la cortesia. Ho chiesto al regista se questa canzone gli fosse stata di ispirazione per questo film. Mi ha risposto di non conoscere la canzone, e di essersi invece ispirato ad una pièce teatrale. Che aveva già avuto, negli anni ’30, una trasposizione per il grande schermo a firma del mitico Lubitch. Per questo film Ozon fa scelte stilistiche coraggiose. Gira in un bianco e nero nitido e pulito. Adatto al clima di tragedia del periodo post-bellico susseguente la prima guerra mondiale. E si concede sprazzi di colore solo nelle (poche) scene di relativa serenità, quando si esegue musica e nei momenti onirici. In definitiva nei momenti in cui si progetta una vita che rinasce. Il film ha lo stile del melodramma classico. È diretto con maestria. Con attori di grande autenticità ed aderenza ai rispettivi personaggi.

Valutazione sintetica : 7/7.5

 

Rif. n. 137-16

SAFARI

di Ulrich Seidl (Austria, Danimarca, 90’, v.o. tedesco/inglese/africaans s/t inglese/italiano)

Ulrich Seidl utilizza lo stesso identico format del precedente documentario “In Cantina”. Ed anzi lo spunto gli è venuto proprio girando quel film. Avendo incontrato tra i vari intervistati in quella occasione, degli appassionati di caccia grossa. Anche questa volta il regista indaga, insegue, mostra una realtà non nota a tutti, quella del turismo di elite per realizzare battute di caccia grossa in Africa, in riserve autorizzate. Registra e non giudica. Almeno in modo esplicito. Perché lo sguardo di feroce ironia del regista, implicitamente, un giudizio appare darlo. E certamente non positivo. Esattamente come quando mostrava le stravaganze non esattamente commendevoli di alcune cantine austriache. Il tema è interessante e non banale. E farà certamente discutere molto le associazioni animaliste. Ma è da vedere.

Valutazione sintetica : 7.5

 

Rif. n. 138-16

THE YOUNG POPE (EPISODI I E II)

di Paolo Sorrentino (Italia, Francia, Spagna, Usa, 112’, v.o. inglese/italiano s/t italiano/inglese)

con Jude Law, Diane Keaton, Silvio Orlando, Scott Shepherd, Cécile de France, Javier Cámara, Ludivine Sagnier, Tony Bertorelli, James Cromwell

L’aggettivo “televisivo” , usato in una critica cinematografica, è in genere denigratorio circa la qualità generale dell’audiovisivo in specie. Sempre meno, in effetti. Ma è ancora un retaggio pensare che le cose prodotte per il piccolo schermo debbano essere di qualità inferiore a quelle prodotte per il cinema (in effetti, almeno in Italia, per le cosiddette fiction televisive, in media in un giorno di riprese, si riescono a fare da 7 ad 8 minuti di prodotto finale, mentre per il cinema in una giornata non si va oltre il minuto/minuto e mezzo di film). Le prime due puntate di questa serie tv firmata dal grande Paolo Sorrentino, intelligentemente proposte in anteprima dalla Mostra di Venezia, dimostrano l’esatto contrario. E cioè che non è detto che le cose prodotte per la tv siano di qualità inferiore. Dipende da chi le fa e dai mezzi messi a sua disposizione. L’ho chiesto a Paolo Sorrentino, il quale mi ha confermato che ha avuto tutti i mezzi e tutto il budget necessario, oltre che totale libertà creativa. Il prodotto finale è tipicamente “Sorrentino-touch”. Un marchio di fabbrica inconfondibile. Grande qualità visiva e visionaria. Scene oniriche strepitose. Invenzioni memorabili. Battute fulminanti. Gag spassosissime. Cast stellare. Sarà un film di 10 ore, tutte imperdibili.

Valutazione sintetica : 8

 

Rif. n. 139-16

LA SOLEDAD

di Jorge Thielen Armand (Venezuela, 89’, v.o. spagnolo s/t inglese/italiano)

con José Dolores López, Marley Alvillaes López, Adrializ López, Jorge Thielen Hedderich, Maria del Carmen Agamez Palomino

Il film racconta di un Venezuela alla deriva per la povera gente. Scaffali vuoti nei supermercati. Farmaci introvabili. Ospedali allo sfascio che consigliano di rivolgersi alla sanità privata. Disoccupazione. Degrado sociale. Esistenze senza speranze. Lo stile è quello rigoroso ed anti-spettacolare tipico del sud America. Senza musiche aggiunte. Qualità generale cinematografica piuttosto modesta.

Valutazione sintetica : 6.5

 

Rif. n. 140-16

RÉPARER LES VIVANTS

di Katell Quillévéré (Francia, Belgio, 104’, v.o. francese s/t inglese/italiano)

con Tahar Rahim, Emmanuelle Seigner, Anne Dorval, Bouli Lanners, Kool Shen

Terzo film della giovane regista francese Katell Quillévéré. Di confezione molto accurata. Con almeno una scena da antologia, quella dell’addormentamento di un ragazzo che guida un furgone e che vede man mano la strada trasformarsi in mare ed il furgone planare fino al tremendo impatto su un’onda monumentale. Ed anche le operazioni chirurgiche di espianto e trapianto cardiaco sono di un realismo filologico. Le interpretazioni sono credibili. Peccato il film scivoli un po’ verso il ricatto emotivo e lo spot pubblicitario sulla efficienza del sistema sanitario nazionale francese.

Valutazione sintetica : 7/7.5

 

Rif. n. 141-16

IL PIÙ GRANDE SOGNO

di Michele Vannucci (Italia, 97’, v.o. italiano s/t inglese)

con Mirko Frezza, Alessandro Borghi, Vittorio Viviani, Milena Mancini, Ivana Lotito, Ginevra De Carolis

Eccellente esordio di Michele Vannucci. Che conosce Mirko Frezza 4 anni fa, mentre si diploma al Centro Sperimentale. Ne viene conquistato. Ed in pratica vive con Frezza e la sua realtà di borgata romana (La Rustica) i 4 anni che lo separano dalla selezione alla prestigiosa sezione orizzonti della Mostra di Venezia. Vannucci si è fatto raccontare da Frezza la sua movimentata vita e la sua esperienza nella attività sociale di quartiere emarginato. E, sommandole alla sua propria esperienza di vita, ne ha tratto lo spunto per il film. Chiamando lo stesso Frezza ad interpretare il ruolo del protagonista. Vincendo, nel 2015, il particolare Concorso Solinas Experimenta. Ne risulta un film di rara potenza ed energia. Avvincente. Coinvolgente. Che coglie in pieno e valorizza i temi dell'integrazione e dell'inclusione sociale di persone emarginate, poiché riconosciute diverse o provenienti da situazioni socio-economiche svantaggiate. Da non perdere.

Valutazione sintetica : 7.5

 

Rif. n. 142-16

HACKSAW RIDGE

di Mel Gibson (Usa, Australia, 131’, v.o. inglese s/t italiano)

con Andrew Garfield, Vince Vaughn, Teresa Palmer, Sam Worthington, Luke Bracey

Mel Gibson conferma le sue qualità di grande raccontatore di storie epiche. Una vicenda vera nella specie. Di una impresa eccezionale compiuta da una persona normale, e, pertanto, eroica. In particolare Gibson si candida a passare alla storia per il miglior regista di scena di battaglie. Dopo quelle, memorabili, di “Braveheart” e di “Apocalypto” raggiunge l’apice espressivo con questo “Hacksaw Ridge”. Film di rara potenza visiva ed emotiva. Adrenalinico. Coinvolgente. Attanagliante. Esaltante. Un grande aiuto alla campagna del presidente Obama contro la lobby delle armi (il protagonista reale è stato il primo obiettore di coscienza americano ad essere decorato con la medaglia al valore). L’alto valore cinematografico e le grandissime interpretazioni fanno perdonare qualche eccesso di macelleria e qualche scivolamento nell’estetizzante. Da non perdere.

Valutazione sintetica : 8

 

Rif. n. 143-16

UNA HERMANA

di Sofia Brockenshire, Verena Kuri (Argentina, 68’, v.o. spagnolo s/t inglese/spagnolo)

con Sofía Palomino, Adriana Ferrer, Saúl Simonet, Sebastián Carbone, Mateo Giménez

La Biennale College continua a sorprendere ed a mietere successi. Quest’anno di è persino concessa il lusso di produrre non tre come al solito, ma ben 4 film dei 12 selezionati tra le centinaia di proposte che arrivano ogni anno da ogni angolo del mondo. “Una Hermana” è l’opera di esordio di due giovanissime registe. Che fornisce uno spaccato della profonda provincia argentina. Il film, con stile rigoroso ed anti-spettacolare, con una sintassi tipica del cinema sud americano, pur con qualche inevitabile acerbezza e caduta di ritmo, desta comunque interesse ed ammirazione.

Valutazione sintetica : 6.5

 

Rif. n. 162-16

JESUS VR – THE STORY OF CHRIST

di David Hansen (regista, produttore), Enzo Sisti (produttore esecutivo), Alex Barder (produttore), Andre Van Heerden (sceneggiatore)

La Mostra di Venezia è sempre all’avanguardia dell’Arte Cinematografica. E non poteva quindi mancare una speciale sezione per la realtà virtuale. In una saletta al secondo piano del palazzo del Casino 50 poltrone girevoli dotate di maschera per la visione in realtà virtuale e cuffie per il sonoro. L’esperienza è singolare. Lo spettatore è al centro della scena e sceglie lui stesso il punto di vista. Può vedere a destra ed a sinistra, sopra e sotto. E ruotare a 360 gradi. Quando un attore gli passa di lato si può girare per continuare a seguirlo nel suo percorso. Si può vedere il cielo ed il pavimento. Chi ti sta alle spalle e chi ti sta di fronte. Una esperienza di cinema certamente singolare. Tra le varie visioni sperimentali proposte, quella più gettonata e quella della Storia di Cristo. Solo 7 scene delle 12 che comporranno il film nelle sua interezza. Un assaggio. Trattandosi della storia più raccontata del mondo la scelta è stata ovvia. Stendendo un velo pietoso sulla qualità cinematografica della messa in scena e delle recitazioni, l’esperimento è imperdibile.

Valutazione sintetica : 7 (10 alla tecnologia di realtà virtuale, 4 al film, media 7).

 

Rif. n. 144-16

LA REGIÓN SALVAJE – Leone d’argento per la miglior regia

di Amat Escalante (Messico, Danimarca, Francia, Germania, Norvegia, 100’, v.o. spagnolo s/t inglese/italiano)

con Ruth Ramos, Simone Bucio, Jesús Meza, Edén Villavicencio

Amat Escalante presenta il film più singolare del concorso. Un film che attraversa i generi e li ibrida. Tra la fantascienza, l’esoterico, lo sciamanico, il manifesto politico. Con un essere che non ha nulla di umano, ma che è potentissima metafora di una società che ti avvolge, ti lusinga, ti fornisce piacere intenso, ma effimero. Fino però a schiacciarti ed anche ad ucciderti. Un film che lascia molti spazi alla fantasia dello spettatore. E che certamente non passerà inosservato.

Valutazione sintetica : 6.5/7

 

Rif. n. 145-16

MONTE

di Amir Naderi (Italia, Usa, Francia, 105’, v.o. italiano s/t inglese)

con Andrea Sartoretti, Claudia Potenza, Anna Bonaiuto, Zaccaria Zanghellini

Il grande maestro iraniano Amir Naderi, da tempo diventato apolide dell’arte cinematografica, per la prima volta gira in lingua italiana ed in Italia. Paese che ama moltissimo e di cui apprezza molto il cinema degli anni d’oro, che continua ad insegnare nelle sue scuole di cinema. Non solo scrive e dirige, ma cura anche la ingegneria del suono. Che svolge un ruolo determinante. Con il rombo incombente ed inquietante della montagna. Il principale protagonista. E grande e potente metafora delle tenebre che ottenebrano i paesi in alcune fasi della loro esistenza. Ottimi gli attori italiani coinvolti nelle operazione.

 Valutazione sintetica : 7.5

 

Rif. n. 146-16

PIUMA

di Roan Johnson (Italia, 98’, v.o. italiano s/t inglese)

con Luigi Fedele, Blu Yoshimi Di Martino, Sergio Pierattini, Michela Cescon, Francesco Colella

“Il film più leggero dell’anno”, recita, celiando, il flano pubblicitario. Non troppo lontano dalla realtà. Il film affronta infatti temi per nulla banali (ed attuali) in modo lieve, ma tutt’altro che superficiale. Il film è una ventata di freschezza, oltre che di leggerezza. E di buon umore (cosa che fa sempre, irrimediabilmente, arricciare il naso alla critica militante dura e pura). Roan Johnson, dopo le prime buone prove, fa il suo miglior film di sempre. Ed anche il più maturo. Azzecca una gag dietro un’altra. Con battute fulminanti (con una delle quali arriva persino a prendersi gioco di uno dei mostri sacri del cinema, il Jim Jarmush di “Ghost Dog – il Codice del samurai”, quando Luigi Fedele, rivolgendosi a Blu Yoshimi, facendo la ennesima citazione del codice dei samurai le dice : “Tu ricordati che il samurai, di fronte alle avversità, se ne rallegra!”, ricevendo la risposta più brillante e pragmatica possibile : “Perché, è scemo?”). Il giovane regista toscano appare essere sulla strada per ereditare e rinnovare la commedia all’italiana che ha fatto grande l’Italia, a dominare il panorama cinematografico mondiale per un paio di decenni. La commedia che fa ridere e fa pensare. E che sa anche graffiare, quando serve. Da non perdere.

Valutazione sintetica : 7.5

 

Rif. n. 146-16

DAWSON CITY: FROZEN TIME

di Bill Morrison (Usa, 120’, v.o. inglese s/t italiano)

Questo fantastico documentario ci racconta una storia che ha dell’incredibile. Dawson City è una città canadese del Klondyke, nata in un baleno al momento della corsa all’oro, e popolata essenzialmente da statunitensi. Nei primi 20 anni del ‘900 era rigogliosa ed in pieno sviluppo. Il cinema era la attrazione principale. Essendo una città piuttosto lontana, era stata relegata dai distributori di pellicole, alla fine della catena. I film vi arrivavano quindi anche dopo 2 o 3 anni dalla prima uscita in USA. E quasi mai venivano restituiti alle case di distribuzione a causa dei costi di spedizione. Si accumulavano quindi in depositi e scantinati. Quando ci fu l’avvento del sonoro nessuno sapeva più che farsene delle pellicole mute. Molte furono buttate nel fiume. E si stima che così si è perduto per sempre circa l’80% dei film muti. Alcune pellicole furono invece interrate nella piscina, quando fu tramutata definitivamente in campo da hokey su ghiaccio. E lì sono state ritrovare, nello stupore generale, in occasione della demolizione dell’edificio antico. Oltre 500 pizze di film che si pensava di aver perso definitivamente. E che ora sono stati digitalizzati. Questo film ce ne da un bell’assaggio. Con un montaggio che va avanti ed indietro negli anni. E che aiuta a raccontare la vicenda. Assolutamente imperdibile per cinefili e studiosi.

Valutazione sintetica : 8

 

Rif. n. 147-16

UNE VIE

di Stéphane Brizé (Francia, Belgio, 119’, v.o. francese s/t inglese/italiano)

con Judith Chemla, Jean-Pierre Darroussin, Swann Arlaud, Yolande Moreau

Una esercitazione calligrafica sostanzialmente inutile. Stéphane Brizé traduce per lo schermo un romanzo sulla storia di una sventurata ragazza che si è rifiutata di crescere, restando sostanzialmente bambina. Permettendo al disinvolto figlio di dilapidare il cospicuo patrimonio di famiglia. Il compitino viene svolto con diligenza ed impegno. Ma senza mai coinvolgere veramente lo spettatore. E con almeno uno sfondone da antologia : un prete, appresa in confessione dalla protagonista che il marito la tradisce con una donna sposata, cerca di indurre la confessanda ad informare il marito tradito. Ed al suo rifiuto il prete lo fa lui sesso, causando la morte violenta di tre persone, e tradendo il segreto confessionale : inaudito!

Valutazione sintetica : 6

 

Rif. n. 148-16

ASSALTO AL CIELO

di Francesco Munzi (Italia, 72’, v.o. italiano s/t inglese)

Francesco Munzi due anni fa aveva presentato qui alla mostra il suo capolavoro “Anime Nere”, convincendo tutti, senza riserve. C’era quindi molta attesa per questo film di montaggio, fatto con materiale di archivio, sui cosiddetti anni di piombo. Un tema in cui si sono esercitati in molti. Munzi si è addentrato nell’imponente collezione di repertorio come in un viaggio di scoperta. Ha privilegiato nella scelta le testimonianze dirette, non filtrate, dei partecipanti alle assemblee, alle occupazioni. Gli studenti, gli operai. Senza mai dare la parola agli esponenti politici, ai politologi, ai filosofi, agli studiosi di fama. Provando a portare lo spettatore in mezzo a quegli autentici fermenti. Che hanno cambiato la storia del nostro paese. Ho chiesto al regista se avesse considerato il rischio di fare “un film per vecchi”. Nel senso che tanti episodi (come le bombe alla banca dell’agricoltura a Milano ed a piazza della Loggia a Brescia) e tanti riferimenti sono stranoti a chi quegli anni li ha vissuti, ma sono forse del tutto sconosciuti alle giovane generazioni. La sua risposta/difesa non mi ha convinto. Anzi mi ha confermato il suo stupore, nelle proiezioni di prova, a vedere che molti spettatori quelle immagini non le avevano mai viste.

Curiosità : tra i brani scelti da Munzi, c’è un comizio all’Università di Pisa di un rivoluzionario che afferma che la scuola è tutta da rifare, perché quella di quel periodo formava dei buoni tecnici che poi andavano al servizio dei padroni. Ergo? Bisognava quindi formare dei “tecnici somari”? Ingegneri che facessero crollare i ponti? Me li ricordo bene questi agitatori con le barbe lunghe e gli eschimi. Che venivano a cercare di indottrinare le matricole alla facoltà di Ingegneria di Roma che io frequentavo proprio in quegli anni. Ci venivano a dire che il “carico didattico” dei primi anni era terroristico ed inutile. Che negli studi successivi non avremmo mai usata tutta quella matematica e tutta quella fisica. Ad uno che arriva dal liceo, a sentire uno del quinto anno (ma, più probabilmente, fuori corso) che ti dice certe cose, il dubbio te lo fa venire. Ed il dubbio a me venne. Ma ero abituato che agli esami bisognava andare preparati e passai tutti gli esami di matematica e fisica. Anche perché senza di quelli non si era ammessi agli anni successivi. Arrivato al quarto anno, per l’esame di Costruzioni idrauliche, uno di quelli più formativi, sono andato a riaprire il libro di analisi 1 (Ghizzetti) per andare a studiare il metodo dei moltiplicatori di Lagrange, che mi serviva per risolvere problemi di minimo condizionato, di fondamentale importanza per il dimensionamento degli impianti di pompaggio. Quel metodo di Lagrange non era nel programma del primo anno e fu saltato alle lezioni. E ripensai quindi alle baggianate ed alle clamorose menzogne che ci venivano a dire i barbuti al primo anno. Non solo tutta quella matematica era indispensabile per diventare un buon ingegnere. Ma ce ne voleva anche di più.

Valutazione sintetica : 7.5

 

Rif. n. 149-16

THE BAD BATCH - Premio speciale della giuria

di Ana Lily Amirpour (Usa, 115’, v.o. inglese s/t italiano)

con Suki Waterhouse, Jason Momoa, Keanu Reeves, Jim Carrey, Giovanni Ribisi

Ana Lily Amirpour aveva stregato tutti con il suo precedente film, in un elegantissimo e gotico bianco e nero, sulla vampira notturna in Iran. Con questo film mantiene la straordinaria protagonista di quel film, Suki Waterhouse, ma la catapulta in un assolato deserto americano del Texas (in realtà ha girato nel deserto della California, ndr.), dove i “Lotti Difettosi” del titolo, cioè i criminali non recuperabili, vengono lasciati alla loro sorte. Anche se il tema ha avuto passati sviluppi difficili da superare, come il notevolissimo “Fuga da New York”, occorre riconoscere che Ana Lily Amirpour ha stoffa da vendere. Costruisce un film distopico, adrenalinico, avvincente. Tosto. Spettacolare. Con attori in grandissimo spolvero (attenzione, c’è anche un irriconoscibile Jim Carrey, che non dice una sola parola, ma che svolge un ruolo fondamentale, una sorta di fil rouge...). Da non perdere per i cultori della materia.

Curiosità : il sottotitolo del fil potrebbe essere “Al Cuor non si comanda”. Domanda : se foste una giovane donna che viene catturata da una famiglia di cannibali e vi segassero subito un braccio ed un gamba per metterli sulla griglia e se le mangiassero, dopo alcuni mesi andreste a fare una seria e convinta proposta galante al capo di questa famiglia?

Valutazione sintetica : 7.5

 

Rif. n. 150-16

KÉKSZAKÁLLÚ

di Gastón Solnicki (Argentina, 72’, v.o. spagnolo s/t inglese/italiano)

con Laila Maltz, Katia  Szechtman, Lara Tarlowski, Natali Maltz, Maria Soldi, Pedro Trocca, Denise Groesman

Prendete un regista che per sua esplicita ammissione non sa quello che vuole per il proprio film, che non dispone di una sceneggiatura da dare agli attori ed alla troupe, e che non ha intenzione di scriverne una, che non fa casting per scegliere gli attori (che capitano nel film anche per caso), che quando va sul set non sa cosa girare, né gli attori sanno cosa devono recitare, che non sa che senso dare al suo film, che non ha una storia. Prendete tutto questo ed avrete KÉKSZAKÁLLÚ. Che è come l’AIDS, “ se lo conosci, lo eviti!”....

Valutazione sintetica : 5

 

Rif. n. 151-16

VOYAGE OF TIME: LIFE’S JOURNEY

di Terrence Malick (Usa, Germania, 90’, v.o. inglese s/t italiano)

con Cate Blanchett

E’ vero che Terrence Malick non sia particolarmente prolifico nella sua filmografia. Ma per fare questo viaggio nel tempo ci ha messo circa un quarto di secolo! E forse anche di più. In quanto le prime riprese, fatte alla barriera corallina australiana, risalirebbero addirittura agli anni ’70. Il film è una esperienza visiva ipnotica e sensitiva. Realizzata con straordinarie immagini sulla natura ad altissima definizione, in larga parte inedite, alternate ad immagini datate, in bassa definizione, degli ultimi umani della terra, i diseredati., i paria. Anche se è sempre difficile incasellare in una categoria le opere di Malick , il film è , in effetti un documentario. Apparentemente privo di narrativa. In effetti ne esistono due versioni. Una da 45 minuti, in formato IMAX di tipo didascalico. Ed una per il cinema., di durata doppia, quella presentata alla Mostra di Venezia, che è assolutamente poetica e filosofica. Dando all’autore tutta la libertà espressiva possibile. E’ un film al quale abbandonarsi. E dal quale essere stregati. Peccato, però, che viene un po’ meno l’effetto meraviglia. Dato che si tratta di tipologia di ricerca di immagini già presentata da Malick nei suoi ultimi, sempre affascinanti film.

Valutazione sintetica : 7

 

Rif. n. 164-16

JACKIE - Miglior sceneggiatura

di Pablo Larraín (Usa, Cile, 95’, v.o. inglese s/t italiano)

con Natalie Portman, Peter Sarsgaard, Greta Gerwig, John Hurt

Il biopic si concentra sulla settimana della first lady  successiva all’omicidio del secolo, quello del presidente Kennedy. Il fil rouge è costituito da una intervista che la stessa concede in esclusiva ad un giornalista, per dare la propria versione dei fatti e smentire illazioni della stampa. E che da la possibilità narrativa di una serie di flashback. Pablo Larraín dirige con sicurezza una grandissima Natalie Portman. Che, con l’età diventa sempre meno bella, sempre più scostante, ma sempre più brava.

Valutazione sintetica : 7/7.5

 

Rif. n. 165-16

LIBERAMI

di Federica Di Giacomo (Italia, Francia, 89’, v.o. italiano s/t inglese)

Questo bel documentario di Federica Di Giacomo svela un fatto molto poco conosciuto. E cioè che gli esorcismi messi in atto dalla Chiesa Cattolica, non solo sono tutt’altro che una pratica medievale in disuso, ma sono addirittura in grande aumento. Per far fronte alla richiesta il Vaticano ha aperto addirittura un call center dedicato. Negli ultimi anni gli esorcisti sono aumentati di 10 volte negli USA. Il Vaticano tiene corsi di formazione per esorcisti, a livello universitario, al Regina Apostolorum di Roma, con studenti che vengono da tutti i paesi del mondo, e con tanto di traduzione simultanea. Il racconto si concentra in Sicilia. Ma è solo esemplare di quello che sta succedendo nel mondo. Ed ha come protagonisti soprattutto un anziano sacerdote esorcista palermitano, Padre Cataldo, ed alcuni dei suoi assistiti. Il film è rispettoso. Racconta e non giudica. Anche se lo sguardo ironico a volte mette in scena gag di una comicità irresistibile, come l’esorcismo telefonico, con tanto di auguri di natale per finire... Imperdibile.

Valutazione sintetica : 8

 

Rif. n. 166-16

GUKOROKU (GUKOROKU – TRACES OF SIN)

di Ishiakawa Kei (Giappone, 120’, v.o. giapponese s/t inglese/italiano)

con Tsumabuki Satoshi, Mitsushima Hikari

Un bel noir giapponese. Con una costruzione ad incastri che ad uno spettatore occidentale può dare un po’ di fatica a seguire , soprattutto perché per la difficoltà di distinguere con facilità i caratteri somatici dei vari personaggi. Il film ha un buon ritmo. Non mancano i colpi di scena. Eccellenti gli interpreti.

Valutazione sintetica : 7

 

Rif. n. 167-16

PLANETARIUM

di Rebecca Zlotowski (Francia, Belgio, 106’, v.o. francese/inglese s/t inglese/italiano)

con Natalie Portman, Lily-Rose Depp, Emmanuel Salinger

Per due giorni consecutivi alla Mostra vengono presentati due film in cui protagonista assoluta è Natalie Portman. Sempre più professionale. E sempre più inavvicinabile (alla conferenza stampa di oggi si è presentata con ben due guardie del corpo che hanno vigilato affinché non ci fosse il minimo contatto umano con i giornalisti presenti). Per questo film duetta con la giovanissima figlia di Johnny Depp, Lily-Rose. Che già promette benissimo. Il film è molto curato. Di eccellente confezione di direzione.

Valutazione sintetica : 7.5/8

 

Rif. n. 168-16

THE JOURNEY

di Nick Hamm (Gran Bretagna, 94’, v.o. inglese s/t italiano)

con Timothy Spall, Colm Meaney, Freddie Highmore, John Hurt, Toby Stephens

Quando gli attori fanno il film. Che si tiene tutto sul duello, finissimo, tra due attori stupendi, della scuola inglese che è la migliore del mondo : Timothy Spall e Colm Meaney. I quali interpretano i ruoli dei due capi politici delle oppose fazioni in lotta nell’insanguinata guerra civile in Irlanda del Nord, i quali non si parlavano da 30 anni e che concludono invece uno storico trattato di pace, grazie ad uno stratagemma, tutto da godere. Da non perdere.

 Valutazione sintetica : 7.5/8

 

Rif. n. 169-16

QUESTI GIORNI

di Giuseppe Piccioni (Italia, 120’, v.o. italiano s/t inglese)

con Margherita Buy, Marta Gastini, Laura Adriani, Maria Roveran, Caterina Le Caselle, Filippo Timi

Giuseppe Piccioni ci mette sempre l’anima nei suoi film. Mai banali. Questa volta tutto centrato sul momento di passaggio all’età adulta di 4 ragazze ventenni. Film di viaggio e di atmosfere. Molto credibile e con i piedi per terra. Molto brave le giovani attrici.

Curiosità : ho informato  Piccioni che il suo film è candidato al PREMIO DI CRITICA SOCALE –SORRISO DIVERSO 2016, che viene attribuito all'opera presentata che meglio valorizza i temi dell'integrazione e dell'inclusione sociale di persone emarginate, poiché riconosciute diverse o provenienti da situazioni socio-economiche svantaggiate e gli ho chiesto come il suo film potesse interpretare ed aderire alle motivazioni del premio stesso. La sua risposta, piuttosto sarcastica, è stata : “Perfettamente!”.

Valutazione sintetica : 7

 

Rif. n. 170-16

RAI (PARADISE) – Leone d’argento per la miglior regia

di Andrei Konchalovsky (Russia, Germania, 130’, v.o. russo/tedesco/francese/yiddish s/t inglese/italiano)

con Julia Vysotskaya, Christian Clauss, Philippe Duquesne, Victor Sukhorukov, Peter Kurt

Il maestro Andrei Konchalovsky non sbaglia un colpo. Anche quando affronta un tema, come quello dell’olocausto, sul quale sembra sempre che sia stato detto tutto. La finezza dell’analisi è nell’andare a scavare nella genesi del male. Osservando, acutamente, che la grande maggioranza di chi fa del male è convinta di fare del bene. Semplicemente vero ed agghiacciante. Dal momento che l’originale fil rouge del film, in un cupo bianco e nero ed in formato quadrato, sono le interviste ai tre protagonisti , quando oramai sono già morti, e, verosimilmente già nel paradiso di cui al titolo, e, dal momento che due di loro certamente meritano il paradiso per i gesti nobili ed il sacrificio della loro vita che fanno nel film, ho chiesto a Konchalovsky cosa avesse fatto per meritarlo anche il terzo protagonista, il collaborazionista francese. Konchalovsky mi ha fato una risposta fulminante : “Chi sono io per dire chi merita e chi non merita il paradiso?”.

Valutazione sintetica : 7.5/8

 

Rif. n. 171-16

ANG BABAENG HUMAYO (THE WOMAN WHO LEFT)-Leone d’oro per il miglior film

di Lav Diaz (Filippine, 226’, v.o. tagalog/inglese s/t inglese/italiano)

con Charo Santos-Concio, John Lloyd Cruz

Un epopea della durata di quasi 4 ore ci porta , piano piano, dentro la storia di una donna che è stata detenuta ingiustamente per 30 anni per un omicidio mai commesso e che viene scarcerata a seguito della confessione della vera omicida. Lo stile narrativo è quello della cinematografia orientale. Ritmo lento. Lunghi piani sequenza, ce iniziano ben prima che la azione si svolga nella scena e terminano parecchio dopo che la azione stessa si è conclusa. Ma con lo svolgere del racconto, la vicenda interessa lo spettatore. Che alla fine ne resta avvinto. Il film è toccante, emozionante, di alto valore etico ed esemplare. Esalta i sentimenti di umana compassione, di solidarietà umanitaria e di servizio al proprio prossimo al di sopra di ogni interesse personale, di reale inclusione sociale di persone emarginate, poiché riconosciute diverse o provenienti da situazioni socio-economiche svantaggiate. Non poteva, pertanto, non risultare che vincitore del premio per miglior film straniero per il PREMIO DI CRITICA SOCALE –SORRISO DIVERSO 2016, della cui Giuria ho avuto l’onore di essere presidente per il secondo anno consecutivo.

Valutazione sintetica : 7/7.5

 

Rif. n. 172-16

NA MLIJEČNOM PUTU (ON THE MILKY ROAD)

di Emir Kusturica (Serbia, Gran Bretagna, Usa, 125’, v.o. serbo s/t inglese/italiano)

con Monica Bellucci, Emir Kusturica, Sloboda Mićalović, Predrag Manojlović

Emir Kusturica non faceva film da 8 anni. E le ultime prove di regia erano state piuttosto deludenti. Tanto da far palare di irrecuperabile crisi creativa. C’era quindi curiosità ed attesa per questo ritorno del grande regista serbo. Preparato con grande cura. Riprese durate 3 anni. Impensabili con una produzione occidentale. La prima parte del film è strepitosa. Sembra di rivedere il miglior Kusturica, quello di “Underground” e di “Gatto bainco. Gatto nero”. Travolgente, folle, caotico, anarchico, irriverente. Con gag di una comicità irresistibile. Con attori in grandissimo spolvero. Su tutti una prorompente, scatenata,  Sloboda Mićalović, che ruba la scena a mani basse alla pur convincente e seducente Monica Bellucci e che buca lo schermo ad ogni apparizione.  Peccato che nella seconda parte il film vira più marcatamente sui toni surrealisti, intimisti, favolistici. Perdendo un po’ di ritmo e di energia. Resta tuttavia un Kustrica doc. E gli vale il prestigioso Leoncino d’Oro, attribuito dalla eccezionale giuria di 22 liceali provenienti da tutta Italia.

Curiosità : la giuria dei ragazzi è organizzata dalla Agiscuola, guidata dalla indomita Luciana Della Fornace con polso di ferro e grande cipiglio. La quale ha ordinato militarmente di sedersi allo stesso Kusturica, il quale ha ubbidito senza battere ciglio!

 Valutazione sintetica : 7

 

Rif. n. 173-16

À JAMAIS

di Benoît Jacquot (Francia, Portogallo, 86’, v.o. francese s/t inglese/italiano)

con Mathieu Amalric, Julia Roy, Jeanne Balibar

Potrebbe essere annoverato tra il film francesi di cui parlava il protagonista di “Mr. Nobody”, in cui non uccede niente... il film , tratto da un romanzo “Body Art”, di Don De Lillo, trasposto per il grande schermo da Julia Roy, che è anche l’attrice protagonista, vorrebbe essere un film di atmosfere, di ossessioni. Impostato con una struttura da thriller psicologico, forse in mano ad un maestro come Hitchcock sarebbe stato affascinante. Così è, sostanzialmente, inutile. Nonostante gli sforzi dei bravi attori.

 Valutazione sintetica : 6

 

Rif. n. 174-16

KU QIAN

di Wang Bing (Hong Kong, Francia, 150’, v.o. cinese s/t inglese/italiano)

Documentario sui nuovi schiavi del lavoro in una provincia cinese dove prosperano circa 300.000 piccoli laboratori tessili. Che impiegano agricoltori che accorrono dalle terre vicine. Per una vita di stenti, con orari di lavoro dalle 7 di mattina a mezzanotte, per sette giorni alla settimana. Pagati per numero di pezzi prodotti. E cacciati via dalla sera alla mattina se non tengono il ritmo imposto dal padrone. Nulla di non già visto. Ma comunque impressionante.

Valutazione sintetica : 6.5