Kant e gli orologi, di Roberto Vacca

Kant e gli orologi,   di Roberto Vacca,  L’Orologio,    12/05/2018

Il filosofo Immanuel Kant  era tanto meticoloso  e ripetitivo nelle sue azioni giornaliere che lo chiamavano l’ “orologio di Königsberg” .

Si alzava la mattina alle cinque; faceva colazione e andava a fare la sua lezione di filosofia all’Università di Königsberg - città da cui si allontanò solo di pochi kilometri in tutta la sua vita. Tornato a casa dall’università, indossava una vestaglia e passava alcune ore a leggere e scrivere le sue opere. Alle 12:45  si rivestiva per il pranzo. Invitava spesso due o tre amici con i quali discuteva questioni culturali. Mangiavano poco e ciascuno beveva da una piccola caraffa di vino. Esattamente alle 15:30 Kant usciva per una breve passeggiata fino a un parco – era tanto preciso che le massaie dei dintorni rimettevano i loro orologi quando lo vedevano passare.

Kant sosteneva che il concetto del tempo è una categoria a priori interna, mentre lo spazio è una categoria a priori esterna. Quando lessi queste definizioni avevo 17 anni: intuitivamente mi parvero  ovvie e condivisibili. Poi mi accorsi che le cose erano più complicate di  come  le presentava Kant. Lo hanno spiegato Albert Einstein, John L. Casti, Karl Popper e Stephen Hawking...

 


Kant manifestò la sua puntigliosa precisione non solo per quanto riguardava lo scorrere del tempo, ma anche nelle argomentazioni logiche della Critica della Ragion Pura. Dopo aver asserito che ci sono solo tre tipi di dimostrazione  dell’esistenza di Dio [fisico-teologica, cosmologica e ontologica], dedica il III capitolo della V Parte del II Libro a dimostrare l’insussistenza di ciascuna delle tre. E nota:

 

“Tutte le illusioni nei ragionamenti logici si scoprono facilmente se vengono considerati seguendo le procedure degli  scolastici aristotelici.”

Procede a esporre questa applicazione in pagine di una chiarezza cristallina che è un piacere seguire. Negli anni seguenti le sue argomentazioni divennero meno stringate e cogenti. Le critiche della ragion pratica, del giudizio e dei costumi non sono convincenti. Finiscono per presentare postulati dell’immortalità dell’anima, dell’esistenza di Dio e del libero arbitrio contraddicendo le soluzioni trancianti della Ragion Pura. Non è troppo audace l’ipotesi che già prima  del suo ultimo decennio di vita il filosofo presentasse qualche sintomo del degrado che lo condusse a morte – pare per il morbo di Alzheimer.

Nello sviluppo della filosofia di Kant ebbe notevole importanza David Hume.   Kant scrisse:

Lo confesso francamente: la lettura delle opere di David Hume nel 1766 fu proprio l’avvertimento che per primo mi svegliò dal sonno dogmatico e dette un tutt’altro indirizzo alle mie ricerche nel campo della filosofia speculativa.”

 

È curiosa e inaffidabile (tanto da definirla una bufala) la storia che si trova nel sito:

warehouse13–artifactdatabase-wikia.com/wiki/immanuelkant%27s_pocket watch

E’ un sito che pretende di essere umoristico. Riporta una foto dell’orologio da tasca che David Hume avrebbe regalato a Kant nel 1766. L’immagine, però,  mostra un orologio, secondo me, ottocentesco. Il quadrante reca i numeri romani da I  a  XII e non riporta  il nome del costruttore.

La descrizione dello strumento, poi, è folle. Le lancette si muovono in senso antiorario. Chi lo usi comincia a sentire voci inesistenti e a presentare sintomi di paranoia – simili, appunto, a quelli dell’Alzheimer. Il filosofo si sarebbe accorto di questi gravi effetti negativi e avrebbe tenuto chiuso in cassaforte lo strumento per parecchi anni.

L’autore non ha firmato quel testo che, come dicevo, è solo moderatamente divertente. C’è il rischio che qualche sprovveduto lo prenda sul serio. È  da considerare irrispettoso dalla grande figura di Kant che nel 1784 così definì l’illuminismo:

”L’Illuminismo è l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l'incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d'intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell'Illuminismo.»

Queste righe sono molto più edificanti dell’altra – troppo ripetuta – citazione di Kant  e riportata anche come suo epitaffio:

Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto piú spesso e piú a lungo la riflessione si occupa di esse:  il cielo stellato sopra di me, e la legge morale dentro di me.”