Gli anni del nostro incanto di Giuseppe Lupo, di Armando Lostaglio

                                                           Gli anni del nostro incanto di Giuseppe Lupo

di Armando Lostaglio

Ogni capitolo finisce con il  verso di come inizia l’altro. Ovvero, inizia come finisce il precedente. Tutto in quella istantanea di copertina, appunto, che non è una foto soltanto, è un capitolo della storia recente di questa nazione, vogliosa di andare avanti, anche a rischio di cadere, da una Vespa come da un trampolino di lancio...

 E’ l’Italia che ha smania di uscire dal dopoguerra, che si può racchiudere nella immagine di copertina (dell’archivio storico del Corriere, di Giuseppe Colombo). Un’Italia che vede nella gran Milàn la città emblema della ripresa dopo la caduta e le macerie. Giuseppe Lupo, nel suo ultimo romanzo Gli anni del nostro incanto (Marsilio) sa magnificamente raccontarla e, con la genuinità tipica di quel tempo, ripercorre gli anni del boom economico dei Sessanta fino alla sera del Mondiale di calcio vinto in Spagna dalla Nazionale di Bearzot: era luglio del 1982. E in mezzo? Tanta storia, quella minuscola che però ha reso buia e grande nel contempo una nazione che voleva gridare al mondo che esiste, proprio come l’urlo di Tardelli al gol segnato ai tedeschi.                                                                                                                                                                              Raramente accade che un romanzo racconti di un passato “strettamente personale”, sarà perché  tocca gli anni della (nostra) infanzia e giovinezza, vissuti in pieno, carichi di speranze e disillusioni: gli anni delle grandi migrazioni verso il Nord Italia (e non solo), gli anni della televisione di Mike e delle belle canzoni, quando soprattutto a Sanremo se ne cantavano di memorabili. Il romanzo di Lupo misura la storia con la tenerezza e la genuinità narrativa che riflette proprio quei decenni. A partire da quella immagine milanese, anonima, fulcro del racconto-riflessione, una istantanea che emana freschezza e persino un erotismo arcaico, come Claudia Cardinale nel bianco e nero dei Soliti ignoti.                       Si intravvede il Romanzo popolare (Monicelli, 1974) dove la Milano operaia fa i conti con i primi riverberi di un femminismo nascente. Probabilmente la storia di Lupo ha i suoi vagiti in Rocco e i suoi fratelli (Visconti, 1959) e via via nei caldi anni ‘70 de La classe operaia va in paradiso (Elio Petri, 1971). Il derby Milan-Inter fra i più blasonati al mondo. Fino a toccare la sensibilità dei rapporti madre e figlia, leggibili nel più recente Mia madre (Nanni Moretti, 2015). Giuseppe Lupo ripassa la storia con gli occhi di una ragazza, la secondogenita Vittoria, che nella foto è in braccio a sua mamma. La sua è una lezione di storia, ma anche un esito di psicologia e di poesia ad un tempo. Con le canzoni della radio a fare da colonna sonora e le prime televisioni, in un viaggio collettivo ricco di elementi utili a capire chi siamo oggi: ma era quella la Milano che ci hanno lasciato? Per questo siamo emigrati e sfruttati? Quanto è avvenuto nel decennio successivo alla notte del Bernabeu viene decantato nella “Milano da bere”, che ha poi vomitato debiti di presunta opulenza nelle “Mani pulite”.                                                                                                                                                                                 Frammenti di cimeli fa emergere Lupo, dal “Con Api si vola” e la cucina Salvarani mito di casalinghe già sbalordite dalla pubblicità; la Vespa e poi la Cinquecento, evoluzione ostentata. E i viali in bianco e nero del “Sapessi com’è strano sentirsi innamorati a Milano”, la città “Piena di luci e di negozi e di vetrine…” cantata da Giorgio Gaber. E’ il mito ecologico proletario della Via Gluck, Celentano e il suo Clan, e prima Memo Remigi, Ornella Vanoni e le canzoni della Mala, Mina e le sue mille bolle blu. Ma chi era un po’ più avanti avrà ascoltato il conflitto generazionale cantato da Cat Stevens nella sua toccante “Father and Son” (1970): emerge fra le righe di un rapporto mai compiuto fra il padre e il taciturno “Indiano”, che deciderà un giorno di farsi prete, e non solo. Certo, Guccini cantava “Dio è morto”, e sarà in questo verso l’apoteosi del romanzo. Il padre operaio che fantastica con i satelliti spaziali e un figlio che ascolta le “pietre rotolanti” del rock: come dire la distanza incolmabile fra il cielo e la terra. Destini a scomparsa, l’ineluttabile modernità.                                                                                                                                                                                                            I decenni familiari raccontati dalla secondogenita Vittoria (il cui concepimento è descritto fra le pagine più poetiche del libro) emanano un profumo di freschezza che vuol uscire dalla nostalgia fine a se stessa: è la memoria tangibile dei “sopravvissuti”, ma che pure non vuol essere pronunciata per pudore, quello della nordica madre al cospetto di una memoria palese del padre terrone. Eppure, decenni prima: le balere sui navigli dove Louis e la sua Regina si scambiarono il primo bacio, operaio e parrucchiera come a centinaia incontrati in pista fra polke e mazurke. E poi, tristemente, c’è la Milano della strage, nella nebbia fumosa di piazza Fontana, il terrore tagliato a fette nel grigio dei lampioni. Le sirene e i fumogeni delle manifestazioni studentesche.                                                                                                                                                     Questo e molto altro rappresentata Lupo nella sua commistione generazionale a ritroso, con la nostra ansia di volerla scoprire e il dispiacere di quando si arriva alle ultime pagine. L’ultima, proprio, un concentrato di rimembranza e di affetto, che l’autore sa vivificare ad arte, scolpendo sul marmo decenni duri e difficili. Eppure esaltanti. Necessario riannodarli, come una Spoon River fuori da brume e rimpianti, in quella metropoli che oggi (dicono) è la più vivibile di questa nazione. Giuseppe Lupo costruisce con percezione narrativa a tinte poetiche un periodo intenso della storia d’Italia, che ha proprio in Milano la città emblema di un sogno non sempre conseguito.

                Gli anni del nostro incanto Giuseppe Lupo (Marsilio Romanzi, pagg.158)