URASHIMA e altri racconti giapponesi, recensione di Armando Lostaglio

                          URASHIMA e altri racconti giapponesi

              A cura di Anna Maria Crinò (Ed. La vita felice, pagg.84)

 

di Armando Lostaglio

 

Non sempre accade di imbattersi in un libro che sembra fatto apposta per incantare bambini di ogni età: favole e racconti di una tradizione antica, che possono ammaliare chi bambino si sente nel profondo, pur vivendo al passo con il proprio tempo.                       E così, la copertina di un giallo intenso, raffigurazioni orientaleggianti e quel titolo accattivante, ci fanno danzare con la mente in un mondo lontano, nello spazio e nel tempo, in pagine scritte (a fronte) nella loro lingua madre, in hiragana.                                                           Urashima e altri racconti giapponesi ci offre l’effetto appena enunciato, grazie alla cura che ne ha fatto Anna Maria Crinò, la scrittrice e docente anglista, scomparsa pochi anni or sono.

                               Edito dalla milanese La Vita felice (nella Collana Il piacere di leggere), e stampato il 5 giugno scorso (giorno di San Bonifacio, evidenziato in ultima), il delizioso libro è una piccola antologia di quattro racconti tradizionali giapponesi, tramandati a partire dall'VIII secolo. La particolarità è quella di farci intravvedere tracce nella favolistica nostrana, anche in quella che il napoletano Giovanbattista Basile aveva divulgato in Europa nel 1600 con Lu cunto de li cunti (portato sullo schermo da Matteo Garrone).

Il Libro curato da Anna Maria Crinò si apre, dunque, con un verso del poeta tedesco Friedrich Schiller: “La brocca è solo una fantasia che non ha un posto dove andare, che da sola non diventa mai obsoleta!”. E dunque, come sottolinea la scrittrice, “l’abitudine di raccontare fiabe è antica quanto la specie umana”, ed ancora “niente è più sintomatico delle semplici storie popolari per fare intuire al demopsicologo i tratti fondamentali dello spirito di una nazione.” Ed infatti, la favola di Urashima (che salvò una tartaruga e fu ricompensato con una visita al leggendario palazzo sottomarino del Drago Ryugujo), ed ancora la leggenda di Peschino, la favola del vecchio Sbocciafiori e la storia dell'Imperatore Nintoku, danno una idea semplice di quanto le comunità siano intrise di memoria, anticamente tramandata oralmente, e quindi trascritta e resa patrimonio comune della umanità intera. Memorie pur rivisitate secondo una autoctona tradizione. Ma la cultura giapponese trasmette una propria originalità fra rigidità etica e dolcezza infantile.

“Credo che le anime dei bambini siano le eredi della memoria storica delle generazioni precedenti.”

Lo scrive Hayao Miyazaki, il poeta giapponese delle immagini in movimento, di quei fantastici cartoon che tante generazioni ha incantato in questi decenni. Le sue creature infantili commuovono in quei film avvincenti, che possono derivare dagli antichi racconti cui Urashima ne è probabilmente precursore.

Nel 2005 a Venezia venne conferito a Miyazaki il Leone d’oro alla carriera; ad omaggiarlo eravamo in molti. Il maestro era commosso con il suo Leone, sembrava un bambino coi capelli bianchi: le favole non hanno tempo, alimentano fantasie e fanno crescere meglio.                                                       L’ultimo racconto del libro, La storia dell’Imperatore Nintoku, non è solo un racconto, è infatti un invito all’etica, al buon governo, a guardare alla politica nel senso più nobile del termine, fra diritti e doveri.